La Green Supply Chain: la gestione sostenibile di un prodotto, dall’estrazione della materia prima al suo consumo.

Sempre più consumatori sono attenti ad assumere scelte virtuose attente alla sostenibilità e alle politiche eco-friendly, dalla spesa alimentare al vestiario, dall’igiene alla cosmesi, dalla gioielleria ai prodotti di investimento. Questa tendenza è confermata dal meccanismo della “Willingness to Pay” (“disponibilità a pagare di più”) per ottenere un prodotto sostenibile e adeguato alle proprie aspettative, tendenza che si è ancor più rafforzata durante la pandemia da Covid-19: nel 2014, il 45% dei connazionali si è dimostrato interessato a sostenere costi maggiori pur di accedere a beni sostenibili, ed oggi questa percentuale è addirittura aumentata al 75%. Non solo: 2 consumatori su 3 si dicono addirittura disposti a cambiare il proprio punto di vendita di fiducia qualora emerga un disinteresse verso la sostenibilità.
È proprio in questo terreno estremamente fertile che si può avvertire come l’attenzione alla sostenibilità non si limiti alla ristretta cerchia dei confini fisici dell’impresa e alla sola qualità del prodotto, ma finisca per coinvolgere l’intera catena di fornitura.
Il concetto di Green Supply Chain (d’ora in avanti GSC) è il risultato dell’integrazione tra i concetti di Supply Chain, ossia il complesso di materiali e informazioni volti a produrre e trasferire un prodotto al mercato, e di GreenManagement, rappresentativo delle strategie adottate dall’impresa per gestire gli impatti sociali e ambientali. In altre parole, la GSC evoca quell’approccio gestionale, assunto da un’impresa, volto a minimizzare l’impatto ambientale di prodotti o servizi lungo l’intero ciclo della sua vita. È così che l’attenzione alla sostenibilità dell’impresa si sposta, o perlomeno dovrebbe spostarsi, dal complesso aziendale ex se considerato al coinvolgimento di tutti gli attori della catena: dall’approccio assunto dai fornitori con riferimento alla tutela ambientale alle condizioni di sicurezza e salute dei lavoratori, dalle scelte per approvvigionamenti trasparenti ai rapporti con la comunità locale e le parti interessate. Gli impatti ambientali di un prodotto o servizio, infatti, si accumulano lungo le relazioni intessute tra fornitori e clienti nella forma di emissioni, consumi e rifiuti, dall’estrazione di materia prima fino al fine vita del prodotto o servizio. In quest’ottica, l’ottimizzazione della GSC conduce alla riduzione dei costi e al miglioramento della qualità produttiva tramite una riduzione delle tempistiche.
La sostenibilità della catena di fornitura pare essere divenuta un driver fondamentale all’interno del processo decisionale delle realtà imprenditoriali aderenti ad una logica green, indipendentemente dal settore di business e dalle dimensioni: dall’indagine internazionale svolta dall’ente di certificazione Dnv Gl – Business Assurance e dall’istituto di ricerca Gfk Eurisko nel 2019 è emerso che il 96% delle società, al momento di scegliere un fornitore, considera l’impatto ambientale, la sicurezza dei lavoratori e le condizioni economiche, e che a farne richiesta sono gli stessi consumatori. Più dell’85% dei partecipanti italiani al sondaggio dichiara di monitorare i propri processi produttivi per valutarne la conformità con normative ambientali e di effettuare una manutenzione degli impianti per ridurne gli impatti; 7 imprese su 10 sono attente alla formazione del personale in materia di gestione ambientale.
Ma quali possono essere, dunque, le modalità tramite le quali una catena di fornitura effettivamente aderisce ad una logica sostenibile? E quali gli strumenti idonei a dimostrane l’efficienza ambientale? Di seguito se ne offrono degli spunti di riflessione.
Partiamo dall’origine della catena di fornitura, vale a dire dall’approvvigionamento sostenibile deimateriali: oltre all’adozione di materie prime di limitato impatto ambientale, l’impresa potrebbe pensare di utilizzare ab origine materie prime seconde, derivanti da materiali recuperati dopo il loro precedente utilizzo, risparmiando materia prima; si pensi all’oro di “scarto” delle schede madri di vecchi computer impiegato per la realizzazione di gioielli.
Segue la produzione sostenibile: strettamente connessa alla scelta di materie prime (seconde), questa fase rappresenta il cuore del processo produttivo sostenibile. Anzitutto, è necessario adottare un’analisi, ad esempio tramite un audit documentale, per valutare il profilo di rischio dei fornitori ed individuare quali, tra essi, adottino un effettivo approccio etico nel gestire le proprie attività. Inoltre, per ridurre gli scarti di materiali, l’impresa potrebbe organizzare un’attività di raccolta differenziata per riciclare i materiali in un secondo momento. Si potrebbe far ricorso alle tecnologie digitali per l’informazione e la comunicazione (ICT), le quali favoriscono la velocizzazione della gestione dei flussi di informazioni e l’ottimizzazione delle operazioni logistiche tramite sistemi di geolocalizzazione e tracing satellitare. Da non trascurare è l’ambiente di lavoro: condizioni ottimali e ambienti virtuosi aumentano la partecipazione attiva e la creatività dei dipendenti.
Si passa, poi, alla vendita sostenibile, volta a realizzare le esigenze dei clienti: la scelta di distributori attenti, a loro volta, alle politiche eco-friendly, è fondamentale per l’immagine dell’impresa; inoltre, l’e-commerce come canale di vendita e un packaging dei prodotti composto da soli materiali riciclabili possono rivelarsi delle scelte green estremamente vantaggiose.
Si giunge, infine, al consumo sostenibile: si tratta di condurre i consumatori verso la scelta di utilizzare prodotti o servizi verdi, educarli al trattamento responsabile dei rifiuti e al loro smaltimento e influenzarli all’impiego e al consumo di prodotti ecologici.
Per soddisfare le esigenze dei consumatori ed assicurare loro l’effettiva adozione, da parte dell’impresa alla quale si rivolgono, di una logica sostenibile lungo l’intera catena produttiva, un mezzo è rappresentato dagli strumenti di certificazione ambientale dei prodotti forniti.
EMAS (EnvironmentalManagement and Audit Scheme) è uno strumento di gestione sviluppato dalla Commissione europea per le aziende al fine di valutare, riferire e migliorare le loro prestazioni ambientali; in Italia il sistema fa capo al Comitato Ecolabel-Ecoaudit, organo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, che assegna il marchio ecologico e accredita i verificatori ambientali.
Per valutare se una produzione sia sostenibile, un parametro di giudizio può essere fornito dallo standardinternazionale ISO 140001 (International Organization for Standardisation), norma internazionale ad adesione volontaria che specifica i requisiti organizzativi e gestionali di carattere ambientale che un’organizzazione deve soddisfare per ottenere il riconoscimento di un certificatore esterno indipendente.
Quanto alla definizione dei requisiti di un sistema di gestione per la tutela dei diritti dei lavoratori all’interno di un’organizzazione e lungo la sua filiera, lo standard internazionale etico SA 8000 elenca i requisiti per un comportamento eticamente corretto che le imprese devono assumere verso i lavoratori, necessari per l’incremento della capacità competitiva di quelle organizzazioni che forniscono garanzia di eticità della propria filiera produttiva.
Sono diverse le organizzazioni che si impegnano in processi di progettazione, produzione e distribuzione ecosostenibili e che forniscono un esempio tangibile di come la cultura della sostenibilità stia diventando il comune denominatore di numerose realtà imprenditoriali. Il gruppoFIAT, ad esempio, ha adottato un Team di Sostenibilità che interagisce con i responsabili della gestione operativa e gestisce i rapporti con le agenzie di rating, gli analisti, gli investitori socialmente responsabili, ed infine redige il Piano di Sostenibilità, che presenta gli obiettivi e i risultati del gruppo. Per la scelta dei fornitori, i contratti sono caratterizzati da apposite clausole che impongono loro il rispetto del Codice di Condotta del gruppo e di specifiche linee guida di sostenibilità. Il Sistema di Gestione Ambientale (SGA) è conforme allo standard ISO 14001: una volta che i veicoli raggiungono la fine del proprio ciclo di vita, i prodotti vengono riciclati e i materiali recuperati.
Un ulteriore esempio è fornito da Illy Caffè S.p.a. SB: oltre ad essere una società benefit, Illy Caffè si è dotata di un SGA certificato ai sensi dello standard ISO 14001, ha ottenuto la registrazione EMAS e ha implementato la metodologia del Life Cycling Assessment (LCA) per calcolare e ridurre l’impatto ambientale dei propri processi produttivi; inoltre, è la prima azienda italiana ad aver conseguito la Certificazione Responsible Supply Chain Process (RSCP) che attesta la capacità della struttura aziendale di porre in essere un approccio sostenibile lungo la propria filiera produttiva e nei rapporti con gli stakeholders.
Silvia Ciceri
Approfondimenti
Daddi, De Giacomo, Frey, Iraldo, Analysing the causes of Environmental Management and Audit Scheme (EMAS) decrease in Europe, in Journal of Environmental Planning and Management, 2017, 1 ss.
Dnv Business Assurance Executive Summary, reperibile all’indirizzo www.dnv.it/Images/ProdottoSostenibile_Executive_Summary_final_ita_tcm16-52584.pdf
Frey, La gestione sostenibile della catena di fornitura, reperibile all’indirizzo www.globalcompactnetwork.org/files/area-riservata/gruppi-di-lavoro/sustainable-supply-chain/Marco_Frey_07062016.pdf
Pinna, L’evoluzione nella dimensione organizzativa della supply chain. Dalla gestione di un flusso alla gestione di una rete, 2006, 1 ss.
Sidhu, Investigating ISO 14001 for developing green supply chain performance, Thesis in the Concordia Institute for Information Systems Engineering, 2015.
